Una lavatrice con un display poco leggibile. Due capi di abbigliamento di cui distinguere il colore. Un’etichetta stampata troppo piccola. A volte, per superare una barriera, serve una persona che guardi insieme a noi e risponda a una domanda precisa.
Be My Eyes è un’app gratuita che collega persone cieche o ipovedenti con volontari vedenti attraverso una videochiamata. Chi risponde vede ciò che viene inquadrato e offre indicazioni a voce. È assistenza personale a distanza, mediata dallo smartphone: una presenza umana disponibile per un compito concreto.
Ci interessa raccontarla soprattutto per questo. Nel dibattito sulla tecnologia siamo abituati a misurare quanto lavoro si possa automatizzare. Be My Eyes suggerisce anche un’altra domanda: quanto può diventare semplice mettersi a disposizione di qualcuno?

Che cos’è Be My Eyes e da dove nasce
L’idea nasce da Hans Jørgen Wiberg, artigiano danese ipovedente. Nella storia ufficiale del progetto, Wiberg racconta l’intuizione maturata osservando il bisogno di un aiuto visivo nelle attività quotidiane: estendere a una comunità di volontari il supporto che alcune persone già ricevevano in videochiamata dai familiari.
L’app è stata lanciata nel 2015. Secondo il racconto dell’organizzazione, nelle prime 24 ore si iscrissero 10.000 volontari. È un’origine che spiega bene il progetto: partire da una necessità riconoscibile e rendere più facile l’incontro fra chi cerca un’informazione e chi può fornirla.
La missione sociale dichiarata è ampliare l’accessibilità mantenendo gratuiti gli strumenti per gli utenti finali. Nella stessa pagina Be My Eyes sottolinea il coinvolgimento della comunità cieca e ipovedente nello sviluppo dei prodotti. Il punto di partenza deve restare ciò che le persone chiedono, nelle situazioni che vivono.
Come funziona Be My Eyes: una chiamata, due persone
La guida ufficiale per iniziare descrive un funzionamento semplice. Dopo l’iscrizione si sceglie la lingua e si autorizzano microfono e fotocamera. Quando serve supporto, si avvia la richiesta: il collegamento tiene conto della lingua e del fuso orario dei volontari.
La chiamata ha video in una direzione e audio in entrambe: il volontario vede quanto ripreso dalla fotocamera della persona che chiede aiuto, mentre entrambi possono parlare. Non è quindi necessario mostrarsi in volto per spiegare quale informazione si sta cercando.
Questa struttura permette di chiarire il problema durante la conversazione. Se l’inquadratura non basta, chi risponde può chiedere di avvicinare il telefono; se la prima risposta non risolve il dubbio, si può precisare la domanda. La guida indica anche un servizio separato, la Service Directory, per contattare l’assistenza delle aziende partecipanti: disponibilità e orari dipendono dall’azienda e dalla regione.
In quali situazioni può essere utile?
La scheda ufficiale su Google Play porta esempi immediati: leggere una data di scadenza o verificare l’abbinamento dei vestiti. Sono piccoli compiti, ma una piccola informazione mancante può interrompere un’attività intera.
Immaginiamo, per esempio, di voler distinguere due maglie prima di uscire. Una descrizione utile potrebbe essere il colore, oppure il tipo di fantasia, oppure la posizione di un’etichetta. È chi chiama a stabilire che cosa gli serve. L’esempio è illustrativo: non è la testimonianza di un utente né il resoconto di una nostra prova dell’app.
Il valore più bello: qualcuno ascolta davvero la richiesta
La parte che ci colpisce di Be My Eyes è la possibilità di un incontro breve e concreto fra sconosciuti. Una persona dedica attenzione; l’altra ottiene un’informazione che le consente di proseguire ciò che stava facendo. Non occorre trasformare questo scambio in un gesto eroico per riconoscerne il valore.
Il rapporto umano aggiunge qualcosa alla descrizione di un oggetto: permette di ascoltare una preferenza, cogliere un’incertezza e riformulare una spiegazione. Il tono della voce e la pazienza possono rendere più naturale chiedere un chiarimento. È una nostra lettura del progetto, non una misura scientifica della qualità di ogni chiamata.
Conta anche il rispetto dell’autonomia. Una persona cieca o ipovedente non ha bisogno che qualcuno decida tutto al suo posto. Può cercare soltanto quel dettaglio visivo che l’ambiente non rende accessibile. Il supporto migliore lascia a chi chiama il controllo della richiesta e delle proprie scelte.
Per questo ci piace l’idea che uno smartphone, spesso associato alla distrazione, possa diventare il mezzo per dedicare attenzione. Anche per pochi minuti, anche senza conoscersi.
Volontari Be My Eyes: come si partecipa
Si usa la stessa app, scegliendo il profilo di volontario vedente e le lingue conosciute. La guida per iniziare indica un’età superiore ai 18 anni per l’iscrizione. Il servizio si appoggia alla disponibilità delle persone che ricevono le richieste.
Il centro assistenza spiega che una richiesta viene proposta a più volontari. Se uno è impegnato, l’app cerca un’altra persona disponibile. Non poter rispondere a una chiamata non significa lasciare da soli gli utenti.
Prima di aiutare, è utile ascoltare il compito richiesto e verificare di vedere bene l’inquadratura. Le indicazioni dovrebbero essere chiare e concrete, lasciando spazio alle domande. La disponibilità umana ha valore proprio quando si adatta alla persona, invece di anticiparne i bisogni per supposizione.
Una comunità internazionale: i numeri e il loro significato
Nella homepage ufficiale consultata il 14 ottobre 2026, Be My Eyes mostrava contatori superiori a 11,4 milioni di volontari e 1,1 milioni di persone cieche o ipovedenti, insieme alla presenza in oltre 150 Paesi e più di 180 lingue.
Sono dati dichiarati dal progetto, soggetti ad aggiornamento. Descrivono le dimensioni della comunità riportata dal sito: non li presentiamo come utenti attivi mensili, chiamate completate o una valutazione indipendente dell’impatto sociale.
La rete di volontari è indicata come disponibile giorno e notte e le chiamate sono gratuite e senza un limite di utilizzo dichiarato. Questo non equivale a garantire una risposta immediata in ogni singola occasione: l’incontro dipende anche dalla disponibilità dei volontari.
Be My AI: l’intelligenza artificiale dentro Be My Eyes
Raccontare il lato umano non significa ignorare l’evoluzione dell’app. Be My AI è la funzione integrata che usa l’intelligenza artificiale per descrivere immagini. Si può fotografare ciò che interessa, ricevere una descrizione e fare domande successive per approfondire.
Può essere utile quando si preferisce ottenere una prima risposta automatica. Il sito ufficiale mantiene però esplicito il collegamento con il supporto umano: i volontari restano disponibili. L’app offre quindi più modalità, da scegliere in base al compito e alle preferenze personali.
Per noi è l’aspetto più sensato di questa convivenza. L’automazione può ampliare le possibilità; la conversazione conserva un valore proprio. Non serve stabilire una gara assoluta fra le due per apprezzare una tecnologia che lascia scelta.
Be My Eyes e Seeing AI: due approcci da conoscere
Seeing AI, progetto Microsoft, è un’app gratuita pensata con e per la comunità cieca e ipovedente. Il suo approccio è centrato sull’assistenza automatica: leggere testi, descrivere foto e identificare prodotti attraverso l’intelligenza artificiale.
La presentazione ufficiale Microsoft documenta, fra le funzioni, lettura di documenti, riconoscimento di codici a barre, descrizioni di scene e domande sul contenuto dei documenti. Conferma inoltre la disponibilità su iOS e Android e include l’italiano tra le lingue supportate.
- Be My Eyes con i volontari: una persona ascolta e risponde durante una videochiamata.
- Be My AI: nell’app Be My Eyes, l’AI descrive immagini e permette di approfondire con domande.
- Seeing AI: strumenti automatici dedicati a diversi compiti visivi, senza dover avviare una chiamata con un volontario per queste funzioni.
Il confronto riguarda il tipo di esperienza, non una classifica di precisione: non abbiamo effettuato un test comparativo. Per alcune esigenze si può preferire una risposta automatica; per altre, poter parlare con una persona è esattamente ciò che si cerca.
Rispetto, privacy e limiti d’uso
Il valore sociale di un’app non elimina la necessità di usarla con attenzione. Le linee guida ufficiali di Be My Eyes escludono l’uso in emergenze o situazioni pericolose e invitano a non condividere password, dati finanziari o altre informazioni private.
Se durante una chiamata qualcuno mette a disagio, insiste per ottenere dati personali o si comporta in modo inappropriato, è possibile segnalarlo attraverso l’app. L’anonimato del collegamento tra utenti non rende innocuo tutto ciò che si sceglie di mostrare con la fotocamera.
Dove scaricare Be My Eyes per iPhone e Android
Questi sono i collegamenti alle schede ufficiali italiane:
- Be My Eyes su Apple App Store, per iPhone e iPad.
- Be My Eyes su Google Play, per Android.
La pagina download del progetto conferma che l’app mobile è gratuita sia per chi riceve assistenza sia per i volontari. Requisiti e compatibilità del dispositivo vanno controllati nello store al momento del download.
Be My Eyes merita visibilità perché dà una forma semplice a un’idea importante: rendere accessibile qualcosa può voler dire mettere in contatto due persone. La tecnologia organizza l’incontro. Poi qualcuno ascolta, guarda e risponde.
Fonti: sito e centro assistenza ufficiali Be My Eyes, schede Apple App Store e Google Play, Seeing AI e Microsoft Accessibility Blog. Consultazione: 14 ottobre 2026. I link nel testo rimandano alle fonti delle informazioni; le riflessioni sul valore umano sono editoriali.

